Omaggio per i miei lettori.

LA STANZA SEGRETA.

‘Non permetterò mai a nessuno di farti del male, piccolo mio. Il male non lo conoscerai proprio. Lo eviterò in ogni modo. Studierò ogni strategia. Il mondo è cattivo, ma tu non lo scoprirai mai.’ Questa era la frase che si ripeteva ogni sera, quando si stendeva nel letto, prima di dormire.

Era proprio fortunato! Era convinto che nessun essere umano avesse una stanza bella quanto la sua. Era un incanto! La adorava.

Tutti ne possedevano una in cui trascorrere la propria esistenza, era la regola, ma lui era davvero convinto che la sua fosse colma delle meraviglie più belle! Per quanto belle anch’esse, quelle degli altri non poteva immaginare che fossero migliori!

La sua stanza era piena di libri. La mamma era un’appassionata, gliel’aveva sempre detto. Piccoli e grandi, con copertine di ogni colore, tappezzavano letteralmente ogni parete di quella camera in cui lui trascorreva le sue giornate.

La mamma aveva scelto per lui tutti i manoscritti che lei considerava i migliori, quelli più istruttivi, quelli più rilassanti e quelli più divertenti. Gli aveva assicurato che quelli sarebbero diventati i suoi migliori amici, coi quali avrebbe stretto un legame eterno.

A parte i momenti in cui studiava con sua madre, che gli aveva spesso rammentato quanto lo studio fosse importante e aprisse la mente, il resto delle sue giornate lo trascorreva a leggere.

Ogni tanto la mamma gli proponeva alternative tipo i puzzle, che lo divertivano molto, oppure si dedicava alla pittura. Adorava dipingere con mamma, lei aveva una mano delicatissima quando sfiorava la tela col pennello, facendone uscire immagini che lo lasciavano senza fiato!

Spesso giocavano anche a ‘prosegui la storia’. Mamma si inventava una storia di fantasia, raccontava l’inizio, poi, a turno, aggiungevano le parti successive, fino a giungere al termine. Il finale di ogni storia gli riempiva il cuore di pace e di gioia. Come era giusto che fosse, la mamma glielo diceva sempre.

Ogni passatempo che lei gli proponeva lo esaltava, ma niente quanto la lettura lo colmava di soddisfazione. Sentiva che leggendo aveva il mondo nelle proprie mani. Anche questa era una frase che sua madre gli aveva ripetuto spesso.

Lei gli aveva spiegato che ogni persona viveva in una stanza del genere e trascorreva il tempo arricchendo l’anima e la mente con questi passatempi deliziosi. In tutto il mondo la gente riusciva in questo modo a raggiungere la tranquillità del cuore e la ricchezza della mente.

Tutti difatti avevano questo fine da realizzare. E ognuno nella propria stanza utilizzava questi strumenti, gli unici giusti, per raggiungere il Bene supremo.

Mamma glielo ricordava sovente: dedicandosi costantemente ai passatempi esemplari, che lei gli aveva permesso di conoscere, la sua esistenza sarebbe stata circondata dal Bene. Per questo tutti gli esseri umani vivevano in una stanza che permettesse loro di raggiungere la pace dello spirito.

Ogni persona trascorreva la vita nella propria stanza. Una stanza sicura, rilassante, gioiosa. Mamma affermava che il mondo fuori dalla propria stanza era scuro, insidioso, il male padroneggiava su tutto e su tutti. Solo seguendo le regole giuste all’interno della propria stanza ogni uomo si sarebbe potuto circondare di quel Bene che, altrimenti, non avrebbe mai trovato altrove.

Fuori dalla propria stanza ogni essere umano era destinato a perdersi.

Per questo era vitale non uscire mai. Una regola semplice, che non comportava fatica. Ma essenziale per raggiungere quel Bene che era la giusta ricompensa che spettava a tutti.

“Mamma, l’ho finito! Il Paradiso di Dante è un’opera splendida. Lungo, non facile da comprendere. Senza il tuo aiuto non ce l’avrei mai fatta! Ma adesso che sono arrivato in fondo sento di essermi arricchito e anche il mio cuore è più sereno. Avevi ragione. Il Bene supremo esiste e Dante lo ha descritto benissimo! Mammina, anche noi raggiungeremo quel Paradiso un giorno? Ci è permesso andarci? La regola lo concede?”

“Tesoro mio, non solo la regola lo concede, ma quel Paradiso che ti è stato descritto tanto egregiamente, è in assoluto il luogo dove la gente che si adopera a circondarsi del Bene giungerà un giorno! E una volta raggiunto il Paradiso, perché tu lo raggiungerai di certo, ci resterai in eterno! Proseguirai la tua esistenza in quel luogo dove luce, calore e gioia ti avvolgeranno per il resto dei tuoi giorni. Per l’eternità!”

“E tu sarai con me?”

“Certo. Staremo insieme per sempre. Un mondo incontaminato ti aspetta, tesoro mio.”

“Cosa vuol dire questa parola? Incontaminato?”

“Non stare a pensarci, non ha importanza. Tu non avrai mai modo di conoscere un’entità che contamina e che ti allontani dal Bene. Non se segui la regola. Rimanendo all’interno della tua stanza, non potrai che ritrovarti in quel luogo splendido e puro. Come è destinato a giungerci ogni essere umano. Non è difficile. Basta seguire la regola. Ma seguirla non è faticoso, vero?”

“No, anzi. Chiunque abbia stabilito la regola voleva permetterci di raggiungere il Bene, senza che questo risultasse uno sforzo. Ma chi ha stabilito la regola?”

“Dio. Solo Dio l’ha stabilita. Proprio per circondarci del suo amore e donarci serenità.”

“Adesso ho capito. Grazie.”

“Non devi ringraziarmi. Piuttosto, oggi ti sei dato parecchio da fare. Cosa ne dici di una bella fetta di torta? L’ho preparata stamattina. Quella con la crema, la tua preferita. Ti va?”

“Certo!”

“Bene. Allora te ne porto una fetta grande. Te la sei proprio meritata. Mentre tu mangi io faccio un salto fuori a fare la spesa. Ci metto poco. Caso mai, quando finisci la torta, ascolta quella musica che ti ho recuperato la settimana scorsa. La musica classica allieta la tua anima.”

“Oh, sì. Mi piace quella musica. Mi rilassa tantissimo!”

“È proprio quello che voglio e che Dio ha predisposto per noi. Per tutti noi.”

“L’ha creata lui?”

“Non personalmente. Ma ha affidato questo compito a degli angeli che compiono il suo volere e che avevano le doti per realizzare queste splendide opere. Anche queste ci permettono di gratificare l’anima.”

“Dio ha scelto degli angeli molto bravi. Allora, perfetto! Prima la torta, poi la musica.”

“Bene. Ti porto la merenda, poi chiudo la tua stanza ed esco. Torno presto. Tu fai il bravo.”

“Certo. Come sempre. Giusto?”

“Giusto, tesoro.” La donna gli aveva sorriso. “Il Paradiso non potrà non circondarti del suo splendore.”

Era uscita dalla porta, per ritornarci poco dopo con la merenda.

Quindi aveva raggiunto di nuovo la stanza contigua, che Enrico non aveva mai visto.

Mentre lui addentava la sua fetta di torta, si era ritrovato a riflettere.

Mamma aveva ragione: il Bene si manifesta in molti modi, bisogna solo saperlo riconoscere. Glielo aveva ripetuto diverse volte. E lui quel giorno lo percepiva fortissimo dentro di sé.

Enrico era sdraiato sul suo letto, mentre la musica si diffondeva nell’aria. All’improvviso, aveva osservato la propria porta. Era accaduto per caso. La mamma non doveva essersene accorta, ma, sopra pensiero, si era scordata di chiuderla a chiave. Beh, lo avrebbe fatto lui. Non era certo un problema.

Alzatosi dal letto, aveva raggiunto di corsa la porta, sempre mentre la musica lo allietava.

Di fronte a quell’uscio socchiuso, si era bloccato. Cos’era quel rumore che proveniva da non molto lontano?

Lo aveva udito un’altra volta, poi ancora, e di nuovo molte altre volte. Si ripeteva quasi costantemente. Da cosa era provocato?

Non lo aveva mai udito in vita sua e la curiosità era fortissima.

La tentazione lo aveva portato a spingere la porta in avanti, invece di chiuderla.

Subito dopo, aveva afferrato la maniglia e l’aveva girata in modo da tirare nuovamente verso di sé quella stessa porta, che doveva restare chiusa. Era la regola. Lui non doveva trasgredirla. Mamma glielo aveva già spiegato innumerevoli volte. Non poteva uscire dalla sua stanza. Avrebbe perso la serenità e tutti gli altri benefici che sarebbero derivati dal seguire la regola.

Si era girato dalla parte opposta, intenzionato a tornare indietro. Doveva.

Raggiunto il lato del letto, quel rumore, anche se più distante, lo aveva raggiunto nuovamente.

No…no…non doveva.

Aveva stretto i pugni, chiudendo le palpebre fortissimo.

Riaperti gli occhi di colpo, era corso alla porta, riaprendola e spalancandola completamente.

Si era trovato di fronte una piccola anticamera, con un altro uscio davanti a sé.

Ma sì, non stava trasgredendo la regola. Era comunque in casa, non sarebbe uscito fuori. Non sarebbero stati pochi passi oltre la sua stanza ad allontanarlo dal Paradiso. Sarebbe andato solo un attimo nella stanza dietro quella porta, da dove proveniva quel rumore, poi sarebbe tornato subito indietro. Mamma nemmeno avrebbe fatto in tempo ad accorgersene. Non stava facendo nulla di sbagliato. La regola non poteva certo prevedere una punizione per quei pochi passi fuori dalla sua stanza. Fuori casa non ci sarebbe andato.

Sapeva che nel mondo esterno il male inghiottiva le buone anime. Ma la sua anima si sarebbe salvata. Certo. Sarebbe andata così. Ne era sicuro e non avrebbe corso rischi.

Sorridente aveva aperto l’uscio a cui si era trovato di fronte, facendo sporgere la testa al di là di quella porta.

Un’altra stanza, grande. Un tavolo al centro, un grosso mobile in legno, un divano. Sembrava la sua stanza, ma più grande. Erano presenti oggetti diversi da quelli che si trovavano nella sua, ma avrà avuto la stessa funzione, si era detto.

Chissà, forse era la stanza dove viveva la mamma. Dove lei seguiva la regola. Che concedeva ovviamente di uscire per motivi vitali, fra cui la spesa.

A quel punto, era stato ancora distratto dal rumore udito poco prima. Si ripeteva di continuo.

No, non esco. Voglio solo capire cosa può essere.

Avvicinatosi alla parete che stava alla sua sinistra, di fianco alla porta d’ingresso della casa, che aveva solo sentito nominare, ma mai vista prima, si era trovato davanti ad una parte in vetro, con una maniglia che probabilmente permetteva di aprirla. Che strano. Nella sua stanza non esisteva nulla del genere. Non c’era quel rettangolo di vetro diviso in due, con la maniglia in mezzo.

Proprio mentre si stava domandando a cosa servisse e come mai la sua camera ne fosse priva, quel rumore, stavolta molto più vicino e forte, aveva di nuovo riacceso la sua curiosità.

Di fronte a quella parte rettangolare di vetro che completava la parete aveva avvistato un ragazzo, più o meno della sua età.

Poco lontano stava facendo roteare una palla sulle scarpe. Era quello che provocava il rumore che aveva sentito!

Era rimasto a fissarlo, appiccicandosi al vetro.

Dopo un buon minuto, il ragazzo fuori aveva notato che lui lo stava fissando. Bloccando il suo gioco, lo aveva salutato alzando il braccio. Enrico era stato colto di sorpresa. Dopo qualche secondo di incertezza, aveva ricambiato il saluto con la mano.

Il ragazzo fuori si era avvicinato, fino a portarsi di fronte al vetro.

“Ciao, mi chiamo Guido.”

“Ciao, sono Enrico.”

Si stavano parlando dai due lati opposti del vetro.

“Vuoi uscire a fare due palleggi?”

Enrico aveva dedotto che si riferisse al gioco di poco prima. Con la testa aveva quindi risposto di no.

Il giovane fuori aveva alzato le spalle, mentre nella testa di Enrico si stavano sovrapponendo mille domande.

Una aveva deciso di porla al ragazzo sconosciuto, anche se non avrebbe dovuto.

“Guido…perché non sei nella tua stanza? Cosa ci fai fuori? La regola vuole che tutti stiamo nella nostra stanza. Fuori non esiste nulla di buono. Per quale motivo sei uscito? Sai bene che non devi. Nessuna persona deve. La regola lo afferma chiaramente. Ti converrebbe tornarci immediatamente.”

Giusto mentre stava completando quella frase, aveva avvistato la mamma da lontano, diretta verso casa.

Preso dal terrore, Enrico era corso da dove era venuto, urlando al ragazzo fuori di andarsene subito e di non dire nulla alla donna che si avvicinava.

Tornato in camera sua, Enrico si era gettato sul letto, tentando di sembrare naturale. Sapeva che lei sarebbe subito entrata lì.

Difatti, non dopo molto, la donna aveva varcato la soglia con aria circospetta.

“Ciao mamma. Sei stata via pochissimo. Come mai?”

“Per errore ho ritirato nella borsa gli occhiali sbagliati. Ma tu cosa mi dici?” La domanda era chiaramente allusiva. Lo sguardo di mamma lo conosceva bene.

“Cosa dovrei dirti? La torta era squisita e questa musica è bellissima.”

“Già. Hai visto qualcuno fuori?”

Enrico si era impegnato al massimo per non farsi scoprire.

“Fuori? No. Chi avrei dovuto vedere? Sono sempre qui, dove devo stare. Lo dice la regola. Fuori non si va. Perché me lo chiedi?”

“Beh, vedo che la porta non era chiusa come sempre.”

“Sul serio? Non ci avevo fatto caso. Ero totalmente preso dalla musica.”

“Meglio così. Beh, io allora adesso torno a fare la spesa. Tu continua ad ascoltare Bach. Torno presto.”

“Certo. A dopo.”

La donna era uscita. Ma stavolta la porta l’aveva chiusa a chiave.

Enrico aveva udito ancora pochi passi, poi si era reso conto di essere in casa da solo. Mamma era uscita.

Con la testa appoggiata al cuscino, si era ritrovato a pensare fra sé e sé. La musica non esisteva più. Non nella sua testa.

Perché Guido era fuori? Cosa lo aveva spinto a uscire dalla sua stanza? Non poteva. Non doveva. Lo affermava la regola! Perché l’aveva trasgredita? Non riusciva a capacitarsene.

Un’altra domanda gli arrovellava il cervello. Perché nella sua stanza non c’era quel grosso vetro che gli aveva permesso di vedere all’esterno mentre si trovava nella stanza contigua alla sua?

Forse le risposte erano più semplici di quello che pensava. Forse non avrebbe dovuto nemmeno porsele certe domande. Di certo la mamma avrebbe potuto dare delle buone spiegazioni ai suoi quesiti, ma non poteva esporglieli. Non doveva assolutamente scoprire che lui era uscito dalla sua stanza.

Quindi argomento chiuso. Tanto non avrebbe trovato mai più la porta aperta. Mamma non si sarebbe mai più scordata di chiudere a chiave. Non dopo la svista di quel giorno.

Quella sera, dopo cena, Guido si era avvicinato alla madre, che stava compilando dei moduli in cucina.

Si era bloccato in piedi, ma senza fiatare.

Lei lo aveva osservato stranita, per poi rivolgergli la domanda d’obbligo.

“Avanti. Cosa c’è? Spara.”

Lui le si era seduto vicino.

“Beh, oggi ho conosciuto un ragazzo strano.”

“Strano. Posso chiederti di essere più preciso?”

“Tu sai cos’è la regola?”

“Di bene in meglio. Ti decidi a farmi capire di cosa parli?”

“Stavo giocando a pallone nel prato dietro l’ex fabbrica della seta, dove vado spesso. Tu sai chi vive nella casa appena lì di fianco? Ce n’è solo una e non avevo mai visto nessuno di quelli che ci abitavano. Oggi, per la prima volta, ho conosciuto un membro della famiglia che vive lì. È un ragazzo della mia età, a occhio.”

“Avete giocato insieme a pallone?”

“Gliel’ho chiesto, ma lui non ha voluto. Anzi, mi ha fatto un discorso che non ho capito. Mi ha chiesto come mai non fossi nella mia stanza, perché fossi uscito fuori. La regola lo vieta. Cosa significa? Tu sei una poliziotta. Potresti scoprire chi vive in quella casa? Quel ragazzo mi ha fatto preoccupare seriamente. Sembrava che non stesse bene. Possibile che qualcuno gli stia facendo del male?”

Luana gli aveva preso una mano fra le sue.

“Tesoro, forse quel ragazzo ha dei problemi di salute. Forse non si rende conto di cosa dice.”

“Lo so, ma non credo il motivo sia questo. Mentre eravamo lì, ha visto una donna giungere dalla strada di fianco all’ex fabbrica ed è scappato in un’altra stanza, come per nascondersi. Mi ha anche raccomandato di andarmene e di non rivolgere la parola a quella donna. Era terrorizzato sul serio. Credo stia succedendo qualcosa di brutto.”

Lei aveva aggrottato la fronte pensierosa.

“Ti informerai? Ha circa la mia età e quella in cui vado io è l’unica scuola del paese. Ma io non l’ho mai visto. Perché non dovrebbe venire a scuola? Tutti ci devono andare. Mamma, era strano sul serio. Spaventato, non strano e basta! E quella donna…quando mi si è avvicinata…mi ha guardato malissimo. Temevo volesse uccidermi. I suoi occhi parevano infuocati! Ho paura che quel ragazzo sia in pericolo. Mamma, fai qualcosa, ti prego.”

Gli occhi del figlio la stavano implorando.

“Okay. Ti prometto che indagherò sulla questione. Appena domani arrivo in centrale, mi informo sugli abitanti di quella casa e vedo di capire se sta succedendo qualcosa di strano. Tu stai tranquillo. Quel ragazzo starà bene.”

“Me lo prometti?”

“Certo, ma ora fila a nanna. Domani hai il compito di matematica.”

Lui aveva annuito in silenzio, alzandosi e dirigendosi poi fuori dalla cucina.

Luana non l’aveva mai visto così. Prima di un compito di matematica, non avrebbe mai potuto preoccuparsi d’altro in quella maniera. Ma quella sera…ciò che Guido le aveva raccontato stava risultando sospetto anche a lei. Quel ragazzino spaventato e quella donna dagli occhi avvelenati…

No, non si sentiva di aspettare il giorno dopo. Forse di tempo ne era passato già troppo.

Luana aveva sistemato velocemente tutto ciò che era sparpagliato per il tavolo, per poi correre in salotto, dove il marito stava guardando la partita.

“Io devo tornare in ufficio. Non aspettarmi. Temo possa trattarsi di un caso più complesso del previsto.”

Infilate le scarpe, si era lanciata fuori dalla porta d’ingresso.

No. Qualcosa non le quadrava proprio. La strana descrizione che le aveva fatto suo figlio di quanto accaduto, non prometteva niente di buono.

Incredibile. A volte accadono vere e proprie tragedie vicinissime a noi, ma nemmeno ce ne accorgiamo. Purtroppo, quello di cui si stava occupando lei, era uno di quei casi.

Dopo aver percorso la strada di fianco all’ex fabbrica della seta, un tempo sede di grandi profitti in quel paese appena fuori Cremona, sconosciuto pressoché in tutta Italia, i due poliziotti si erano fermati di fronte alla casa incriminata.

Franco aveva bussato con decisione alla porta d’ingresso.

Niente. Avevano ribussato più volte, ma nessuno aveva risposto.

Dopo una veloce occhiata all’orologio da polso, Luana aveva deciso che non era il caso di aspettare oltre.

“Aprite! Polizia!”

Non erano trascorsi meno di quattro minuti pieni prima che la voce di una donna si facesse sentire. Perché ci aveva messo tanto? Non serviva il genio della lampada per arrivarci. Stava chiaramente prendendo tempo, non aspettandosi di certo la visita della polizia.

Passi veloci si erano avvicinati alla porta, che poi era finalmente stata aperta.

“Scusatemi!” Una donna castana dal volto trafelato si era presentata di fronte ai due poliziotti. “Stavo sistemando e riordinando certe reliquie che ho in casa da un secolo e non pensavo mi avrebbero dato tutto questo da fare! Più di metà sono da buttare. Ma, ditemi pure.”

“Buongiorno. Io sono l’ispettore capo Luana Perla e questo è il mio collega, l’ispettore Modesti. Parlo con la signora Antonella Rombo?”

“Sì, sono io. Come posso esservi utile?”

Luana non aveva perso tempo, rimettendo in tasca il distintivo estratto prima.

“Avremmo bisogno di entrare in casa sua, per discutere di una questione della massima importanza.”

“Certo. Prego.”

La padrona di casa aveva allargato il braccio, indicando di venire avanti.

Loro non se l’erano fatto ripetere due volte. Chiusa la porta d’ingresso, Luana aveva preso la parola.

“Signora Rombo, siamo qui a proposito dell’indagine che è stata aperta molti anni fa, undici per l’esattezza, che riguarda la scomparsa di suo figlio Enrico. Costui, all’epoca, aveva tre anni, giusto?”

La donna di fronte a loro aveva annuito con aria turbata.

“Sì, è esatto. Aveva da poco compiuto i tre anni, quando si è verificata quella terribile sciagura.”

“Ci spiace riportare a galla quell’angoscioso episodio, ma avremmo bisogno di alcuni chiarimenti in merito.”

La donna di fronte a loro era rimasta di stucco.

“Come mai, dopo tanto tempo? Forse avete trovato indizi che si collegano a lui? Lo avete ritrovato?”

“Diciamo che esiste una forte possibilità che lui sia vivo e che non si trovi lontano da qui. Ora, ci potrebbe descrivere nei dettagli cosa successe quel giorno?”

“Avevo già lasciato una deposizione precisa su quanto avvenuto.”

“Le spiace ripeterci il tutto? È importante.”

La donna aveva sospirato, per poi cominciare a parlare.

“Quel giorno, avevamo organizzato una gita in barca. Io sono figlia di un uomo che ha fatto il pescatore di mestiere per tutta la vita e che mi ha insegnato tutto sulle barche. La sapevo portare benissimo. Cremona sorge sulla riva sinistra di quello che è sempre stato definito il ‘grande fiume’ e io avevo ormai imparato a conoscerlo bene. Eravamo sul Po anche quel giorno.”

“Eravate solo voi due?”

“Sì. Le prime due volte che siamo usciti in barca l’ho quasi legato, perché non corresse rischi, ma lui mi ha supplicato di lasciarlo più libero. Sarebbe stato immobile nella cabina, guardando solo fuori dal vetro, e non si sarebbe mosso di lì. Gli avevo già lungamente spiegato che sarebbe potuto risultare pericoloso spostarsi.

Un po’ timorosa, ma mi sono fidata. In effetti lui si è comportato benissimo quando siamo usciti la volta successiva. E vederlo così felice ha riempito di gioia anche me.

Però quel terribile giorno…nel giro di pochi secondi, la brezza piacevole del mattino, si è trasformata in un vento impetuoso. Di colpo il cielo si è coperto di nuvoloni neri e una pioggia torrenziale ha reso l’acqua del fiume agitatissima. Le onde si sono sollevate come non avevo mai visto prima.

Ho cercato di tornare a riva immediatamente. Non potevamo più stare lì.

Poco dopo ho udito la voce di mio figlio che urlava, in un pianto disperato. Era corso fuori dalla cabina in cui lo avevo posizionato prima.

Sono stata immediatamente pervasa dal terrore.

Gli ho urlato di tornare dentro, sarebbe andato tutto bene. Sapevo di essere in grado di riportare la barca a riva. Ce l’avremmo fatta.

Poi…tutto è successo in un lampo. Mentre si dirigeva alla cabina, Enrico è stato travolto da un’onda incredibilmente grande, che lo ha gettato in acqua.

Mi sono immediatamente lanciata fra le onde del fiume. Sono sempre stata anche un’abile nuotatrice.

Resta che, una madre si sarebbe comportata così persino se non avesse saputo nuotare, è ovvio.

Il resto…lo sapete. Purtroppo, l’ho perso di vista e sono stata costretta a tornare a riva, anche dopo averlo cercato sott’acqua per molto tempo. Alla fine, ho dovuto arrendermi. Da sola non sarei riuscita a salvarlo. Dovevo cercare aiuto. E così è stato.”

“Ci risulta siano intervenuti anche sommozzatori ed elicotteri, giusto?”

“Sì, ma non c’è stato niente da fare. Dopo giorni e giorni, le ricerche sono risultate inconcludenti. Alla fine, il caso è stato annoverato fra quelli irrisolti. Era impossibile che Enrico si fosse salvato. E…”

Un singhiozzo.

“Sapevo che era vero. Non dovevo illudermi.”

Luana aveva annuito perplessa.

“Oggi potrebbe dichiarare altro? Rispetto a ciò che affermò allora, qualcosa potrebbe cambiare in una sua deposizione?”

“Come potrei affermare che la situazione è stata diversa? O cosa potrei aggiungere? Non capisco come possiate affermare che sapete dove si trovi mio figlio e che sia qui vicino. Impossibile!”

“Mi rendo conto che a lei risulti impossibile.”

“Ma non solo a me! In quella situazione non può essersi salvato! Non in una simile tragedia! Lo confermerebbe chiunque, anche la persona più ottimista del mondo! E le ricerche so per certo che sono state portate avanti accuratamente allora, ma non lo si è mai trovato.”

“È verissimo quanto dice. Le ricerche non potevano permettere di raggiungere risultati diversi. Enrico non è mai stato trovato, durante quelle investigazioni, per quanto siano state portate avanti scrupolosamente.”

“Allora, perché mi venite a dire che dovrebbe essere vivo e qui vicino? Vi state contraddicendo. Non possono essere vere entrambe queste affermazioni.”

“Io, per l’esattezza,” Luana aveva risposto pronta. “ho detto che esistono indizi validi che ci portano a credere sia vivo, ma non in seguito alle ricerche condotte allora. Sono risultati che derivano da ricerche attuali.”

La donna di fronte a loro aveva stortato il naso.

“Vorrei crederle, ma è impossibile.”

“Invece sì e lo sa anche lei.”

A questo punto, Antonella Rombo, pur tentando di nasconderlo, era sembrata palesemente irritata. Reazione ovvia, si era detta Luana. Non avrebbero potuto scorgere espressione di tipo diverso sul suo viso.

“Signora, abbiamo del validi motivi per credere che Enrico sia vivo, ma che lei ce l’abbia volutamente nascosto.”

“Ma lei è pazza!”

“Non credo proprio. Non visto ciò su cui ho indagato di recente e a quali prove mi ha portato.”

La donna scrollava la testa, ma Luana aveva proseguito.

“Signora, pochi giorni fa, in seguito a diverse informazioni che mi sono pervenute, ho ritenuto fosse il caso di riprendere in mano il fascicolo relativo all’indagine su suo figlio.

Un testimone afferma di aver parlato con un ragazzino attraverso il vetro di questa finestra. È certo che la casa di cui mi ha parlato sia questa. Vicino alla ex fabbrica della seta. Un ragazzo qui dentro c’era. Chi poteva essere? Mi risulta che lei viva da sola. Dunque, come si spiega?”

“In casa mia non c’è stato nessun ragazzino. Io vivo sola, diceva bene.”

“Quel ragazzino ha fatto al giovanissimo testimone un discorso molto strano, sul fatto che la regola, parole sue, afferma che tutti devono vivere nella loro stanza, senza uscire assolutamente e che anche quel testimone non avrebbe dovuto trovarsi in giro. Un racconto che mi ha insospettita molto.

Suo figlio risulta tragicamente scomparso, un testimone però vede in questa casa un ragazzino che, oggi giorno, avrebbe l’età di Enrico e da cui si sente dire che lui osserva, come dovrebbero fare tutti, una regola che gli impone di trascorrere la sua esistenza nella propria camera.

Signora Rombo, quale idea malsana sta mettendo in pratica? Cosa ci sta nascondendo? È ovvio che lei stia attuando un piano folle e lo stia tenendo nascosto.”

“Ma lei è pazza sul serio! Cosa si sta inventando? Non ha lo straccio di una prova per accusarmi di un gesto assurdo come questo.”

“Si sbaglia di grosso. Ho chiesto al mio testimone di descrivere il ragazzo con cui aveva parlato, per ottenere un identikit. E guardi un po’. Lo riconosce?”

Le aveva mostrato il volto di un giovane stampato su un foglio.

La donna non era riuscita a nascondere uno sguardo sbalordito a dir poco.

“Allora? Lo riconosce?”

“No. Non so chi possa essere.”

“Lei è una gran bugiarda. Questo identikit evidenzia un neo di forma ellittica al centro della fronte, con la parte allungata sopra un sopracciglio.”

“Dunque? Potrebbe essere chiunque.”

“No. Lei stessa, undici anni fa, ha dichiarato che Enrico presentava un nevo identico a questo sulla fronte. Stessa forma, stessa posizione.

Già. Questo è l’identikit di suo figlio. Del ragazzo descritto dal testimone. Lo stesso ragazzo che è stato visto in questa casa.”

“Una coincidenza.”

“Parola che mi è sempre piaciuta poco, tanto meno stavolta. Sa benissimo che non può trattarsi di una coincidenza. Suo figlio è il giovane che è stato avvistato in questa casa. Suo figlio non è mai scomparso. Semplicemente, lei voleva che tutti lo credessero.”

“E perché mai mi sarei inventata una storia del genere? Chi mi assicura che il suo bravo testimone non si sia inventato tutto? Magari è un suo collega che era al corrente dell’informazione dell’esistenza del nevo sulla fronte di Enrico, quando ne ho denunciato la scomparsa.”

“Non si arrampichi sugli specchi. Ho altro a sostegno della mia teoria.

Lei, sempre quando ha denunciato la scomparsa di suo figlio, ha aggiunto che costui era celiaco. Nel caso fosse stato ritrovato, qualora

gli si fosse portato del cibo, si doveva considerare questa problematica. Senza contare che l’Asl ci ha confermato l’intolleranza di cui soffriva Enrico. Era nostro dovere informarci su tutte le eventuali problematiche di salute di questo bambino scomparso. Lo avremmo scoperto anche se lei non ci avesse dichiarato questo particolare.

So che lei va abitualmente a procurarsi gli alimenti per chi soffre di intolleranza al glutine a due isolati da qui, in un negozio specializzato, mi sono accuratamente informata. Difatti, il proprietario mi ha confermato che lei acquista proprio lì tali prodotti.

Qui con me ho un mandato di perquisizione. Signora Rombo, le spiace se diamo un’occhiata nei vani della sua cucina?”

La donna aveva gli occhi di chi ha appena visto un fantasma.

Luana aveva fatto cenno al collega, che aveva cominciato ad aprire diversi sportelli.

“Ispettrice, è tutto come ci aspettavamo. Prodotti per celiaci in abbondanza.”

“Allora,” Luana aveva proseguito. “come ci spiega l’esistenza di tutti questi alimenti in casa sua, se non ne necessita una persona intollerante al glutine? Oltretutto, non sono prodotti esattamente economici. Comprarne così tanti, solo per togliersi uno sfizio, comporterebbe una spesa esagerata.”

“Da quando me ne servo, sento che sto meglio. Per questo li compro.”

“Quale strana coincidenza. Proprio i prodotti che servirebbero a suo figlio. La seconda coincidenza su due. Questo termine mi piace sempre meno.

Il nostro testimone, ci ha anche detto che, il ragazzo che era in casa, ha appoggiato entrambe le mani al vetro di questa finestra. Già, decisamente queste non sono le impronte che sarebbero state lasciate dalle sue mani, signora. Le sue sono dita lunghe e affusolate. Queste che sono visibili, decisamente no. E scommetto che se le facessimo confrontare con quelle di suo figlio, combacerebbero alla perfezione.

Allora, proprio non vuole ritrattare la sua deposizione?”

Gli occhi della donna erano colmi di odio.

“Voi mi state trattando come una pazza, quando io non mi sono ancora ripresa dalla scomparsa tragica di mio figlio! Siete insensibili come non mai! Vi divertite a rigirare il coltello nella piaga!”

“Qui non c’è nessuno che si sta divertendo.”

Proprio dopo quell’affermazione, qualcuno aveva suonato alla porta.

Antonella era sobbalzata.

“Stia calma, sono i nostri colleghi della scientifica. Come le avevo anticipato, siamo in possesso di un mandato di perquisizione per la sua dimora.”

Il capitano dei RIS era stato fatto entrare.

Poi, Luana aveva continuato.

“Signora, sa come penso si siano svolti i fatti? Ovviamente sulla base delle prove che abbiamo in mano. Non certo come afferma lei.

Ho scoperto che suo padre, dopo che lei aveva compiuto circa venticinque anni, è diventato un alcolizzato e che lei è stata anche picchiata da lui, più di una volta purtroppo. Sua madre non aveva mai denunciato quell’uomo incapace di controllare la sua ira, ma i suoi vicini vedevano e sentivano le conseguenze dell’abuso di alcol. La voce ha fatto presto a spargersi per il paese.

Pare lui sia stato anche obbligato a curarsi per eliminare la dipendenza. Peccato che sia fuggito dall’istituto in cui si trovava e non abbia più dato notizie di sé.

Anche lei. probabilmente, non l’ha più visto, ma il ricordo della paura e dell’orrore patito, devono esserle rimesti impressi come un marchio a fuoco, immagino.

Quando, pochi anni dopo, lei ha avuto un figlio, non voleva che potesse subire certi maltrattamenti nella maniera più assoluta. Non doveva correre alcun rischio. Lei ha scoperto di essere incinta prima che suo padre scappasse dall’istituto. Non era sposata e non lo avrebbe fatto mai. Suo figlio non avrebbe mai corso il rischio di patire le brutture che aveva patito lei. Nessun uomo sarebbe ricomparso nella sua vita, né in quella di Enrico.

Ha lasciato il suo fidanzato di allora, gli ho parlato personalmente. Dice che non ha avuto alcuna spiegazione, solo che lei voleva chiudere la storia.

Ma il motivo era un altro e lei lo sa benissimo.

Da quando ha scoperto di essere in attesa di un figlio si è giurata che nessun uomo sarebbe più entrato nella sua vita, né avrebbe potuto maltrattare suo figlio.

Suo figlio era una creatura innocente, pura e non avrebbe dovuto mai conoscere le angherie esistenti al mondo, la violenza. Il male. Al mondo ce n’era troppo.

Ho parlato anche con sua madre. Non era al corrente in maniera precisa di come andasse la sua vita. Non le ha mai nemmeno permesso di vedere suo nipote Enrico. Solo nei suoi primi tre anni di vita. Poi non ha più avuto sue notizie. Sua madre afferma di essere stata liquidata da lei con una frase di cui nemmeno ha capito il senso. ‘La vita è un dono di Dio, ma il demonio è sempre accanto a te. Può nascondersi nel corpo di chiunque, anche chi ti sembra la persona più affidabile. Ma il Male ti aspetta ovunque. Pronto a tenderti un tranello. L’unico modo per coltivare il Bene e goderne è isolarsi e circondarsi di purezza. E mio figlio non avrà mai modo di conoscere il male, perché io non lo permetterò. Ad ogni costo. Non dovrà mai avvenire.”

Queste sono le parole scritte su una lettera che sua madre ha trovato esattamente undici anni fa in casa sua. Questa è stata l’ultima volta che ha avuto notizie da parte di sua figlia. Poi dice di non averla mai più né vista, né sentita.

E il fatto che la missiva che lei ha inviato a sua madre risalga a undici anni fa, non è casuale. Vero? Lei abita qui esattamente da quell’anno. Sono informata anche su quello.

No, signora mia. Nulla è avvenuto per caso. In questa tragica storia non sono avvenute coincidenze.

Lei ha architettato un piano diabolico, al fine di proteggere suo figlio dal male. Ha fatto in modo che anche lui si convincesse che Dio non voleva che gli uomini uscissero dalla loro stanza. Questa è quella che lei ha definito la regola e che lo ha convinto a seguire come fosse il volere di Dio, per raggiungere il Bene supremo. Ho sbagliato qualcosa?”

Nessuna risposta, ma gli occhi di Antonella parevano insanguinati dalla rabbia.

“Probabilmente, lei ha aspettato che il tempo si facesse burrascoso, agitando le acque del Po quanto bastava per rendere credibile la storia della scomparsa di suo figlio. Ma quel giorno, voi due nemmeno ci siete saliti in barca. Lei ha solo fatto in modo che la trovassero in acqua, ma quella gita non è mai stata organizzata, né mai avvenuta. A lei era sufficiente che le persone a cui aveva chiesto aiuto, credessero alla sua storia. Una storia, per altro, non credibile, per mille motivi.

Non ultimo il fatto di aver trovato sulla sua barca un bel quaderno, dove lei annotava il quantitativo di carburante consumato ogni volta. Beh, inutile dire che quel giorno, la gita non l’ha certo portata lontano. Ha consumato giusto il quantitativo necessario a permetterle di portare la barca in acqua, ben poco distante dal molo in cui si trovava attraccata.”

Antonella stava addentandosi la lingua rabbiosamente.

“Abbiamo già aspettato fin troppo. Capitano, direi di partire con la perquisizione completa della casa. Cominci da questa stanza chiusa, per favore.”

“Certo.”

Il capitano giunto da poco e un suo collega, si erano dati da fare per analizzare la stanza indicata da Luana.

Era entrata anche lei con attenzione, in modo da non inquinare le prove trovate dalla scientifica.

“Ispettrice, sembra a tutti gli effetti la stanza di un ragazzo, però è vuota.”

“Ovvio! Mio figlio è morto!”

“Signora Rombo, la sua tenacia è a dir poco patologica.” Luana si era sentita costretta a intervenire. “Suo figlio, da quanto lei ha dichiarato, è deceduto all’età di tre anni.”

“Infatti. Ma io ho voluto lasciare intatta la sua stanza.”

“La sua stanza?! Suo figlio, a soli tre anni, leggeva questi libri? Alla faccia dei bambini prodigio! Guardate qui! Sulla scrivania c’è appoggiata la Diniva Commedia di Dante! Suo figlio già si dava a letture così complesse? Signora, basta prenderci in giro. Di prove ne abbiamo già in mano anche troppe per incriminarla di aver dichiarato falsamente la scomparsa di suo figlio e per aver privato lui di una vita normale, segregandolo in questa casa e facendogli il lavaggio del cervello! Ci dica dov’è adesso!  È un ordine.”

“Lui non c’è più. È morto. Pensate quello che volete.”

“No, signora! Noi non pensiamo quello che vogliamo, ma quello che è! E lei non ci sta certamente facilitando il compito. Il che va ad aggiungere un ennesimo capo d’accusa a quelli già descritti. Intralcio alla giustizia,

Mi creda, lei non si trova per niente in una bella posizione.

Ma adesso torniamo a Enrico. Dove si trova?”

Lei aveva rivolto gli occhi al cielo. Luana era sbottata.

“Ora basta. Capitano, rovesci questa casa sotto sopra, se necessario. Dobbiamo trovare quel ragazzo.”

“Certamente.”

Mentre il capitano faceva cenno al suo collega, Luana era rimasta incuriosita da qualcosa in quella stanza.

“Aspetti, capitano. Cominciate da qui. Non avevo ancora notato questo particolare. Guardi. Non le sembra strano questo grosso tappeto steso tutto da questo lato della stanza? Non sarò un’intenditrice, ma penso chiunque l’avrebbe messo in posizione più centrale, fosse anche solo per una questione estetica. Invece…sembra più in una posizione perfetta per nasconderci qualcosa sotto…qualcosa che non deve risultare visibile a chi entra in questa stanza…tipo…tipo un passaggio segreto…Capitano, controlli immediatamente lì sotto!”

La voce di Luana era carica di angoscia. Quel ragazzo…

“No! Non toccate! Ci nascondo i tesori di famiglia!”

Luana aveva fissato la padrona di casa con orrore. Ormai aveva solo ricevuto la conferma di ciò che temeva.

“Non datele retta. Controllate.”

Gli uomini della scientifica avevano spostato il tappeto velocemente.

“Capitano, una botola!”

“Aprite!”

Entro pochi secondi, il capitano dei RIS in persona si era calato giù da quel passaggio segreto. Pochi secondi, poi la sua voce era tuonata da quel nascondiglio.

“Ispettrice, aveva ragione! Il ragazzo è qui! È vivo!”

Luana aveva tirato un sospiro di sollievo. Si era poi voltata verso la donna che avrebbe strozzato volentieri.

“Signora Rombo, lei è ufficialmente accusata di sequestro di persona e di intralcio alla giustizia. Modesti, la ammanetti e la porti sulla volante. Noi intanto portiamo fuori il ragazzo.”

Un anno dopo, Luana si trovava seduta su un telo steso in un prato, mentre osservava la scena di fronte a sé. Enrico giocava a pallone insieme a suo figlio Guido.

“Scalda il cuore vederli, vero?”

“Sì, moltissimo. Non ci potevo sperare. Quando ho parlato con la psicologa che stava seguendo Enrico, dopo quello che abbiamo scoperto, non credevo che lui ne sarebbe potuto uscire. Per undici anni è stato convinto che fosse vietato incontrare gente, che non si potessero stringere amicizie o legami di alcun tipo. La madre lo ha addirittura costretto a vivere in una stanza insonorizzata, perché non potesse udire niente di ciò che avveniva all’esterno e nessuno sentisse lui dietro quel muro. Senza contare che quella camera non aveva nemmeno la finestra. Gli ha impedito persino di frequentare la scuola. Infatti, gli teneva lei stessa tutte le lezioni necessarie, pur di non farlo uscire. Anche il nascondiglio sotto il pavimento era insonorizzato. Era il solo luogo in cui nascondere Enrico, in caso di emergenza. E le orme trovate sul vetro erano sul serio le sue.”

“Già, ma tu non sei caduta nel tranello. Quel tappeto fuori posto ti ha permesso di salvare quel ragazzo in pericolo.”

“A volte mi domando cosa sarebbe successo se non mi fossi accorta di quel tappeto.”

“Niente. Ormai avevi tutte le prove necessarie per incriminare quella pazza. Lo avrebbero trovato e liberato. Perquisendo la casa, non poteva andare diversamente.”

“Vero, ma vederlo qui davanti a me che gioca con Guido era impensabile, impossibile tempo fa. Invece si è ripreso. Non è stato facile per lui accettare di aver perso tutta la prima parte della propria vita, per colpa di quella donna. Rischiava di essere un trauma da cui non sarebbe riuscito a riprendersi.”

“Ma tu hai deciso di adottarlo. Facendo questo lo hai salvato due volte. E ora abbiamo due bei figli che stanno giocando insieme davanti a noi.”

Suo marito l’aveva guardata con orgoglio, stringendola in un abbraccio.

Ciao! Spero il racconto vi sia piaciuto! Vi rammento il mio ultimo libro pubblicato, ‘La paura torna sempre e quello in prossima uscita ‘La veste profanata’, in cui risolve il caso lo stesso protagonista, l’ispettore Tedesco. E non fatevi spaventare dai titoli, specie il primo di questi due. Nei miei romanzi c’è sempre il lieto fine! È la mia regola! Claudia.

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