Stralcio di ‘La paura torna sempre.’

Il commissariato della sezione Celio quel giorno sembrava più caotico del solito. Colpa della pioggia? In effetti tutti entravano parecchio trafelati dalla porta d’ingresso. Quasi si lanciavano dentro per sfuggire all’acquazzone che in strada pareva una cascata da cui era impossibile salvarsi prima di venirne travolti.

In particolar modo l’ispettore capo Ivan Tedesco era entrato come gli stessero correndo dietro!

“Ma cosa ti è successo? Chi ti insegue? A guardia e ladri dovresti essere tu ad inseguire i cattivi.” Il commissario se l’era trovato di fronte.

“Evita di fare lo spiritoso quando non è il caso.”

“E come faccio a sapere quando è il caso?”

“Sono fradicio, se per caso non lo hai notato. Ho dovuto portare l’auto dal meccanico, l’ombrello l’ho lasciato a casa e il tempo oggi non giocava a mio favore. Come tutto il resto a dire il vero.”

“Ho capito, giornata partita male. Adesso vieni alla mia macchina. Poi ti accompagno a casa e ti cambi, se no da una polmonite non ti salva nessuno. Se ci muoviamo siamo indietro senza che nessuno se ne accorga e senza che ci siano problemi.”

“Accidenti, il tuo ruolo è comodo. E’ utile non dovere spiegazioni a nessuno se ti allontani dal posto di lavoro!”

“Guarda che non è un atto di lazzaroneria. E non sto approfittando del mio ruolo. Solo che non voglio aver bisogno del mio vice e saperlo a letto col febbrone. Se vuoi farti le ferie dovrai aspettare ancora un po’. Al momento mi servi per troppi casi da risolvere.”

“Ah, io mi ero illuso che il tuo fosse un segno di amicizia.”

“Spiacente se ti ho deluso. Lo faccio perché mi servi. Sono già abbastanza inguaiato in questo periodo. Se non fai il tuo dovere, mi trovo in casini mondiali.”

“E va bene. Allora andiamo commissario. Dalla premessa deduco tu debba tornare alla svelta alla tua postazione.”

“Ci puoi giurare. Quindi cammina e, una volta a casa, cambiati di volata.”

“Peccato. Avrei un attimo sistemato la piega.”

“Tu non eri quello per cui non era giornata per scherzare?”

“Mi sono distratto. Giuro che non lo faccio più.”

“Ti conviene.”

“Grazie Oscar.”

“Di che?”

“Del favore.”

“E piantala di farmi perdere tempo. Esci!”

Il commissario e il suo vice erano usciti dalla porta principale sorridendo.

Erano diventati colleghi circa sette anni prima. Oscar era già commissario. Ivan non ci aveva messo molto a guadagnarsi il posto di ispettore capo. L’amicizia era nata senza che nemmeno si sforzassero. Era stata un’intesa istantanea. Due colleghi ligi al dovere e due amici senza grilli per la testa. Amicizia e lavoro si basavano sul rispetto reciproco e sulla lealtà. Insomma, due bravi ragazzi.

Ivan di bell’aspetto, senza un fisico palestrato e senza abbronzatura dodici mesi all’anno come il capo. Ma, come si suol dire, faceva anche lui la sua ‘porca figura’.

In giro insieme attiravano certamente l’attenzione, anche senza volerlo.

“Ivan! Sbrigati! Chiamano dalla centrale e dobbiamo correre.”

“Va bene. Ti pareva. Tu comincia a scendere in strada e sali in macchina. Tra due minuti arrivo.”

“Uno e mezzo!”

“Sì commissario!”

“Muoviti!”

Oscar era uscito dall’appartamento del collega per dirigersi alla sua vettura, mentre Ivan tentava a velocità supersonica di asciugarsi i capelli inzuppati. Ma chi diavolo aveva così fretta di vedere il commissario senza poter aspettare dieci minuti? Sempre ‘sta fretta, tutte le volte. In quel mestiere o imparavi ad essere un velocista o non te la cavavi più! Mai un attimo di respiro! Nemmeno per cambiarsi ed evitare una polmonite acuta! Mica era per togliersi uno sfizio! Lì la faccenda era vitale.

I vestiti adesso almeno erano asciutti. La testa ancora in parte umida si sarebbe asciugata da sola. Per ora non gli era concesso altro.

Era corso fuori sulle scale. Già non si teneva più dalla curiosità di sapere chi li aveva cercati con tanta fretta. Figurati! E con un tempismo fuori dal normale, come sempre.

Salito in macchina, Ivan aveva tirato un lungo respiro. Ma tutto quel far di corsa aveva bisogno di ben altro che un respiro.

Gli aggiornamenti di Oscar non si erano fatti attendere molto.

“Omicidio.”

“Scusa?”

“Sono stato informato da Comelli che c’è stato un omicidio. Per questo bisogna correre.”

“Cosa ti ha detto in merito?”

“Ancora nulla. Sta svolgendo indagini in proposito. Per ora si sa solo che la governante della vittima ha chiamato la polizia per avvisare del cadavere trovato in casa.”

“E la bella giornata continua. Allora avanti.”

“Poi non è detto sia omicidio ma, se ha cercato noi, deduco avesse capito che non si trattava di morte naturale. Quindi è omicidio.”

“A me non mancava. Mi accontentavo degli altri casi.”

“Io pure, ma stavolta temo ci tocchi godercelo tutto.”

“Lo dicevo che la giornata non era di buon auspicio.”

“Nessuna lo è mai se ci pensi bene.”

“Vero capo, non ti sfugge mai niente.”

“Possiamo solo provare a raddrizzarle le giornate, ma che partano di buon auspicio è impossibile col nostro lavoro.”

“Lo diceva mio padre che dovevo andare a lavorare in banca.”

“Tu in banca? Dovrebbero legarti alla sedia. Non fa per te.”

“Alle situazioni piano piano ci si abitua.”

“Non tu a un lavoro sedentario. Come immaginare Bruce Willis che fa la maglia.”

Ivan aveva sorriso senza commentare nulla e ben presto avevano raggiunto il commissariato, sempre sotto il diluvio. Ma stavolta Ivan l’ombrello l’aveva portato. Per quel poco che serviva, ma almeno avrebbe tentato di non cercarsela a tutti i costi una polmonite.

“Oreste, di corsa nel mio ufficio.”

Oreste Comelli aveva alzato lo sguardo che in quel momento aveva sullo schermo del pc e aveva a malapena visto in faccia il commissario sulla porta del suo ufficio.

Era scomparso come un lampo.

“Forza compare. Ci devi aggiornare sulle ultime novità.”

Ivan aveva fatto capolino nell’ufficio del collega.

“Ho sentito. Ma dove eravate voi due? Cosa stavate combinando insieme?”

“Una missione particolarmente delicata. Lascia perdere.”

“Andata a buon fine almeno? Visto che non sembri volerti sbottonare.”

“Abbastanza. Meglio se avevamo un po’ più tempo a disposizione, ma il più è stato fatto.”

“Bene. Perché adesso non credo il capo sarà contento delle ultime nuove.”

“Allora meglio muoversi. Non ha nemmeno chiuso la porta del suo ufficio dopo essere entrato.”

“E questo ha un solo significato.”

“Già. ‘Chi sto aspettando si muova a entrare’.”

I due ispettori avevano fatto il loro ingresso nella stanza in cui erano attesi e avevano trovato il commissario alla sua scrivania.

“Chiudete dopo essere entrati e sedetevi qui davanti. Questa novità del cadavere trovato in casa sua non mi piace per niente e spero potremo risolverlo alla svelta.”

L’ispettore capo e il suo collega erano stati veloci a prendere posizione davanti a Oscar e lui non aveva perso tempo.

Aveva guardato Comelli e rivolgendosi a lui era stato molto diretto, come sempre.

“Allora, cosa ci puoi dire di questo cadavere?”

“Circa mezz’ora fa, verso le 9.00, abbiamo ricevuto la telefonata di una donna. Si chiama Carmen Fossati ed era la donna di servizio dell’uomo di cui ha trovato il cadavere in casa. Di solito al mattino andava sempre da lui verso le 8.00, ma oggi non le aveva risposto al citofono, quando lei aveva suonato. Però lui le aveva lasciato una copia delle chiavi di casa, servisse quando lui era fuori, per cui è potuta entrare lo stesso. Ha ben pensato che magari il proprietario si fosse scordato di avvisarla che non l’avrebbe trovato, ma non è così che stavano le cose. Arrivata in salotto, lo ha trovato con un sacchetto attorno al volto, chiuso con un laccio.”

“Accidenti! Che brutto modo di morire! Quindi non c’è dubbio che sia omicidio.”

“Pare impossibile pensare sia andata diversamente.” aveva replicato Comelli.

“Io aggiungerei che somiglia tanto a un regolamento di conti. Non vi pare? Pensate al modo in cui è stato ucciso.”

“Hai ragione Ivan. E mi permetto di aggiungere che solo un pazzo potrebbe arrivare a uccidere in un modo così barbaro e violento. Doveva odiarlo di brutto e non è detto che la cosa non gli abbia dato alla testa. Insomma, potrebbe essere la conseguenza di uno sfogo di rabbia incontenibile!”

“In un caso normale, tutti la penseremmo così.”

“Che vuoi dire Comelli? Caso normale che cosa significa? E cosa diavolo si sa del defunto?”

“Ci stavo giusto arrivando. La persona uccisa non era un lavoratore comune, se mi concede di usare questo termine.”

“Continuo a non seguirti, usi frasi troppo strane. Caso normale, lavoratore comune. Perché questo tizio non poteva rientrare in queste categorie? Spiegati.”

“Si chiamava Giorgio Bologna, ma nel suo ambiente era soprannominato ‘Il corvo’.”

Ivan era intervenuto avvicinando il volto al collega.

“Ma di che caspita di ambiente parli? Dove lo trovi uno con un soprannome così orribile?”

“Diciamo che se avesse dovuto inserire il suo mestiere all’interno di un curriculum vitae si sarebbe definito un pusher.”

“Diavolo! Mi stai dicendo che era uno spacciatore di droga?” Oscar aveva spalancato gli occhi.

“E qui si spiega una morte così feroce e inusuale. Tra gli spacciatori di un certo livello un banale colpo di pistola è noioso. Far soffocare un uomo in un sacchetto di plastica e godersi la sofferenza di una morte così atroce è certamente più divertente.”

Ivan aveva descritto alla perfezione il perché di quella morte così brutale.

“Okay, mi trovate d’accordo. Ci sta tutto visto con chi abbiamo a che fare. Resta che non sappiamo a chi avesse talmente pestato bene i piedi Bologna da finire ucciso così. Quindi andate subito a casa sua e io chiamo Villa della scientifica per dirgli di raggiungervi. Ci aggiorniamo più tardi.”

“Perfetto. E la governante dovrà dare una deposizione.”

“Caro il mio Ivan, ti lascio l’onore. Quando torni convocala in commissariato e poi senti cosa ha da dirti.”

“Sarà fatto.”

Comelli aveva dato una pacca sulla spalla a Ivan.

“Ora usciamo. La gita alla villa del pusher ci aspetta.”

“Non vedo l’ora.”

Il commissario aveva osservato i due uomini uscire dall’ufficio, quindi aveva messo mano al telefono per contattare la scientifica.

La casa della vittima non era distante, anche se girare per le strade di Roma al mattino non era facile. Il caos era presente quasi tutto il giorno del resto.

“Eccoci arrivati. Il numero è questo.” Comelli aveva aperto la portiera per scendere.

“Aspetta, dove si trova adesso la governante?”

“Teoricamente in casa. Le abbiamo detto di non muoversi da qui.”

“Sempre che sia resistita mezz’ora in casa con un cadavere, trovato da lei e ucciso in quel modo barbaro.”

“In effetti non sarebbe strano se fosse scappata o le fosse venuto un colpo agitandosi durante l’attesa della polizia.”

“Speriamo di no. Cavolo, certo che rende spacciare droga!” Ivan aveva pronunciato quella frase guardando in direzione della casa di fronte a loro.

“Ti riferisci alla villa? Sì, ci potremmo quasi fare un pensierino. Se quel tizio si è riuscito a comprare una mega villa su due piani e con tanto di governante fissa, allora il suo ‘lavoro’ rendeva bene.”

“Sì, di certo, effetti collaterali compresi. Tipo avere un giro di amici permalosi e che possono mandarti al campo santo senza che nemmeno te ne accorgi.

Ma adesso entriamo, prima che la governante si senta male davvero, se già non è accaduto.”

Erano scesi dalla vettura e avevano trovato tutto aperto per entrare in casa. La governante doveva essere ancora dentro e, evidentemente, li stava aspettando con ansia. Voleva che entrassero in fretta. I segnali erano chiari.

Aperta la porta d’ingresso, un urlo era arrivato alle orecchie dei due ispettori, facendoli trasalire. Davanti a loro una donna impaurita si nascondeva gli occhi con le mani.

“Signora Fossati, è lei? Siamo della polizia.”

Ivan aveva estratto il distintivo, ma sapeva che lei non avrebbe controllato.

Toltasi le mani dagli occhi aveva cercato di respirare, ma faceva evidentemente fatica. Lo sguardo come avesse visto un fantasma.

“Dio sia lodato! Credevo non arrivasse nessuno. E adesso temevo fosse tornato chi ha ucciso il signor Bologna.”

I due uomini si erano avvicinati a lei.

“Cerchi di stare tranquilla ora. Anche se ci rendiamo conto di come si possa sentire. Nessuno le farà del male.”

Ivan aveva cercato di calmarla.

“Io non so nulla! Io non c’entro con questa storia! L’ho solo trovato!”

“Ma certo, nessuno dubita di quanto ci sta dicendo. La prego, ora si tranquillizzi. Si sieda un attimo su questa sedia e magari beva dell’acqua.”

Lei aveva scosso la testa come per dire che non le andava.

“Bene, allora ci aspetti qui. Torniamo subito.”

L’ispettore capo aveva fatto un cenno al collega e si erano diretti in salotto, dove la governante aveva affermato di aver rinvenuto il cadavere.

Come immaginavano, non si erano trovati di fronte ad uno spettacolo piacevole, anzi, decisamente raccapricciante.

Il padrone di casa era sul pavimento con la testa chiusa in un sacchetto di plastica trasparente che, certamente, lo aveva obbligato ad accasciarsi senza più riuscire a respirare. Il volto ancora mostrava una smorfia di dolore lancinante e che l’uomo di certo aveva dovuto sopportare non con poca fatica, oltretutto sapendo che la sopportazione non gli avrebbe permesso di salvarsi la vita.

Nel mentre era squillato il campanello.

“Oddio! Chi sarà mai!”

Carmen, ancora una volta, non si era trattenuta dall’ennesimo spavento.

Ivan era corso all’ingresso.

“Stia calma signora. E’ solo la scientifica. Dovranno analizzare sia il corpo del signor Bologna, che la casa. E’ la prassi.”

Aperta la porta d’ingresso, Ivan si era trovato di fronte a chi si aspettava. Aldo Villa collaborava col suo distretto già da molto tempo ormai. Era una vecchia conoscenza.

“Ciao, entra.”

“Grazie. Il corpo?”

“Nella stanza qui di fianco. Divertiti. La casa è tutta tua ora.”

“Oscar mi ha spiegato in due parole. Sarà dura capire chi ha commesso questo omicidio, ma farò quel che posso.”

“Non avevo dubbi. Sai che ripongo totale fiducia in te e nei tuoi uomini.”

Voltando le spalle si era poi diretto verso la donna ancora attaccata al muro, immobile come una patella.

“Signora, adesso dovrebbe seguirmi in commissariato. Abbiamo bisogno di una sua deposizione, visto che lei ha ritrovato il corpo. Le spiace seguirmi alla mia vettura?”

Lei aveva annuito senza proferire parola e coi due ispettori era uscita dall’abitazione in cui, nel frattempo, avevano già fatto il loro ingresso i colleghi di Villa.

Gli ispettori avevano sorriso ai nuovi arrivati come augurio per ciò che si accingevano ad analizzare e poi avevano percorso il vialetto che portava al cancello, sempre con la governante di Bologna tremolante e singhiozzante che li affiancava, ancora incapace di accettare l’accaduto di cui era stata involontariamente spettatrice.

In auto nessuno aveva proferito parola. La vista agghiacciante di quel cadavere aveva scioccato tutti, specie la povera Carmen.

Arrivati al distretto, Ivan aveva aperto l’ombrello per accompagnare la loro ospite all’interno, mentre Comelli si era lanciato come una Ferrari senza alcun riparo sul capo.

Una volta entrati, i due ispettori si erano avvicinati.

“Oreste, tu vai dal commissario e digli che siamo stati alla villa e che tutto coincide con quanto raccontato dalla governante. In attesa di eventuali delucidazioni dopo il lavoro della scientifica, digli che io intanto, come d’accordo, vado a interrogare la Fossati. Non so quanto di utile potrò cavarci, ma a deposizione finita vi informo.”

“Okay. Allora buona chiacchierata.”

“Spero almeno che non sia talmente sconvolta da non riuscire a rispondere alle mie domande. Penso seriamente che sia meglio consigliarle di vedere uno psicologo che l’aiuti a riprendersi dal trauma della vista del corpo di Bologna. La trovo seriamente sotto shock. E temo da sola non riesca a cavarsela.”

“Non è una brutta idea. Per carità, più che comprensibile, visto ciò che si è trovata di fronte entrando in casa tranquilla e aspettandosi al limite che mancasse il proprietario. Nella sua testa pensava solo di dare una sistemata all’interno della villa e di certo la sorpresa non può non averla sconvolta.”

“Anche perché mi dà l’idea di non conoscere nemmeno la vera identità del suo datore di lavoro. Era seriamente turbata. Ma staremo a vedere. Non ci credo molto, ma potrebbe essere una brava attrice.”

“Da Oscar!”

“In effetti sì. Ma la vedo un’ipotesi alquanto improbabile. A intuito almeno.”

“Allora aspettiamo tue notizie. Adesso ti lascio alla stanza degli interrogatori.”
“Vado. A dopo.”

“Ah, stavo pensando, i sali non so dove li teniamo, nel caso occorressero alla governante.”

“Nemmeno io. Anzi, temo non esistano qui dentro. E mi auguro ben che non serviranno.”

Dirigendosi alla stanza che avrebbe occupato, si era fatto un segno della croce.

Una volta entrato, si era seduto sulla sedia di fronte alla sua ospite, situata dall’altra parte del tavolo. Testa china e sguardo perso nel vuoto.

“Signora Fossati, mi scuso perché non mi sono ancora presentato. Grave mancanza da parte mia. Sono l’ispettore capo Tedesco.”

Una pausa, durante la quale la donna non aveva commentato niente e aveva giusto fatto cenno di sì col capo. Ivan aveva la netta impressione che sarebbe stata dura cercare di ottenere informazioni utili da lei. Sembrava davvero con la testa altrove. Più che altro non reagiva come avrebbe dovuto. Probabilmente aveva solo davanti agli occhi la testa di Bologna in quel sacchetto e non riusciva ad allontanare quell’immagine dalla mente.

“Adesso dovrei farle alcune domande. Risponda pure con calma e soprattutto cerchi di stare tranquilla. Qui nessuno la vuole accusare di nulla e soprattutto nessuno le farà del male. Risponda solo senza agitarsi. Si tratta della normale procedura in queste situazioni, niente altro. D’accordo?”

La donna aveva di nuovo annuito in silenzio.

‘Speriamo che poi faccia uscire delle parole da quella bocca, altrimenti mi tocca provare coi segnali di fumo. ’

Ivan sperava di averla calmata quanto bastava almeno perché potesse rispondergli.

“Mi dica, da quanto tempo lavorava per il signor Bologna?”

A voce bassa lei aveva risposto senza guardarlo in volto.

“Da quattro anni circa ormai.”

“Con che frequenza si recava in casa sua?”

“Tutti i giorni. Se necessario anche la domenica.”

“Per quale motivo a volte le chiedeva di andare la domenica?”

“Quando magari attendeva ospiti. Allora, sapendo che sono una brava cuoca, parole sue, mi chiedeva di cucinare qualcosa per gli invitati.”

“E chi erano questi invitati?”

“A me non lo diceva e io non chiedevo di certo, non erano affari miei.”

“Ma a lei che tipo di persone sembravano? Che impressione si è fatta di quegli ospiti?”

“Io non sapevo chi fossero. Gente educata, ben vestita in genere.”

“E lei poteva stare in casa quindi durante quei ritrovi?”

“Solo se si trattava di un pranzo o di una cena, perché dovevo servire i commensali. E in ogni caso, a pasto appena terminato me ne andavo. Al limite sistemavo il giorno dopo quel che rimaneva in giro. Col signor Bologna l’accordo era quello.”

“Quindi gli ospiti si fermavano oltre l’orario del pasto?”

“Sì, io andavo sempre via per prima. Da ciò che mi diceva a volte il signore il giorno dopo, la tiravano anche bella lunga. E comunque non era sempre per mangiare che si incontrava con gente. A volte ospitava conoscenti e basta. Io quindi non dovevo rimanere in casa.”

“E non ricorda niente di particolare di quelle persone?”

“No. Gente qualunque, a vederli.”

“La prego, ci pensi bene. E’ certa di non aver mai visto nessuno che le avesse dato da pensare? O magari potrebbe aver sentito qualcosa di strano durante quei famosi ritrovi. O durante una conversazione di Bologna al telefono. In nessuna occasione ha captato frasi sospette?”

“Sospette? Mio Dio, no!”

“Glielo richiedo, ci pensi bene. E’ importante. Qualcuno lo ha ucciso e lei potrebbe aver colto, involontariamente, dei discorsi strani e che potrebbero fornirci un indizio.”

La donna aveva cercato di raccogliere le idee per qualche secondo.

“No, mai sentito niente di strano. Mi spiace.”

“Anche a me.”

Ivan adesso doveva dosare bene le parole, altrimenti rischiava davvero di creare un nuovo shock in quella donna. La fase successiva era rischiosa.

“Dunque lei mi assicura di non aver mai notato in quella casa niente di potenzialmente poco rassicurante?”

“Assolutamente niente.”

Adesso sembrava più calma, ma il bello doveva ancora venire.

“Signora Fossati, lei era al corrente, immagino, di quale fosse il mestiere di Bologna nella vita.”

“A dire il vero no.”

“Mi sta dicendo che da quattro anni lei lavorava per un uomo di cui non conosceva nemmeno quale fosse la professione?”

“In effetti lui non mi ha mai detto di cosa si occupasse nelle vita. E io non ero certo nella posizione di poter fare la curiosa. A parte che non mi importava. A me interessava tenermi il lavoro e ricevere i miei soldi puntuali. Ho capito solo che il suo lavoro lo portava ad avere a che fare con molta gente. Ho pensato fosse magari un imprenditore.”

Il giovane aveva a fatica evitato di strabuzzare gli occhi. Se solo lei avesse immaginato di cosa si occupava quel bastardo! Sarebbe scappata al volo.

A meno che ora non stesse raccontando delle frottole. Improbabile, ma non lo si poteva escludere. Forse tutto il suo risultare scioccata da quanto successo era una farsa. Magari taceva la verità di cui era al corrente, per non correre rischi, vista la fine di Bologna.

“Signora Fossati, non sto per raccontarle una bella storia, ma non posso esimermi dall’eseguire il mio compito. Bologna era un lurido spacciatore di droga e la gente che invitava in casa per i suoi ritrovi, certamente non erano vecchi compagni di scuola con cui era rimasto in contatto.”

Gli occhi della povera donna si erano alzati di colpo da terra, su cui erano stati posati per tutto il tempo, e ora erano colmi di terrore.

“No, vi sbagliate! Lui era un brav’uomo. Mi ha sempre trattata bene.”

“Su questo non ho dubbi. Ma resta che purtroppo è chi le ho detto poco fa.”

Lei era scoppiata in lacrime.

“Non posso aver lavorato tanto tempo per un impostore!”

“Ho paura di sì.”

Ivan faceva fatica a proseguire, ma doveva.

“Mi ascolti ora, avrei preferito non doverle far conoscere la verità. Posso immaginare come si senta. Il fatto è che la polizia ha bisogno di lei.”

“Di me? E cosa volete da me? Io non ho niente a che fare con certa brutta gente!”

 “Mi rendo conto. Ma il fatto che lei abbia visto diverse persone di quelle che Bologna ha fatto entrare in casa sua, può essere molto importante. Vorrei chiederle di guardare delle foto più tardi e di dirmi se, tra i volti che avrà innanzi, riconosce qualcuna delle persone invitate da Bologna in casa sua. Si tratta di spacciatori come lui o comunque gente che faceva parte del giro della droga. Sarebbe importante che lei guardasse quelle foto. Sapere chi poteva essere ricollegabile a Bologna ci darebbe un aiuto non da poco. Senza contare che potrebbe servirci per trovare il suo assassino.”

“Io ancora non credo a tutta questa storia. E’ un incubo!”

“Vorrei poterle giurare che non è come le ho detto, ma mentirei. La prego, se la sente di aiutarci? Sarebbe davvero importante. O non glielo chiederei.”

I singhiozzi erano ancora molto forti durante il pianto della povera Carmen, ma ad un certo punto aveva annuito.

“Se ciò che mi dice è vero, la aiuterò. Non voglio macchiarmi delle colpe di quella gentaglia. Se posso aiutarvi a trovare degli impostori lo farò. Quel mascalzone mi ha fatto lavorare da lui tenendomi nascosto tutto e ora farò ciò che posso per aiutarvi. Lui ha già fatto la fine che meritava e mi auguro di potervi dare informazioni utili sui suoi amici guardando quelle foto di cui mi parlava.”

Ivan non credeva alle proprie orecchie. Quella donna pareva essersi risvegliata da un torpore interminabile e ora mostrava anche di avere una forza che lui non si sarebbe mai aspettato. Il gattino impaurito era diventato una tigre! Adesso non era il volto di Bologna nel sacchetto a farla parlare così. Era che lui si fosse preso gioco di lei ad averla risvegliata. Ora era il suo orgoglio che stava parlando.

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